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"...Fabio Rinaldi ha soprattutto il merito di riuscire a rapirci fuori dal tempo e dalla storia per portarci in un contesto che forse più di ogni altro assomiglia all'immagine del giardino dell'Eden, la sua "...Fabio Rinaldi ha soprattutto il merito di riuscire a rapirci fuori dal tempo e dalla storia per portarci sequenza narrativa, pur vincolata nella scelta dei legami tematici, riesce ad enfatizzare questo ultimo baluardo di un mondo primigenio ormai quasi scomparso."

Fulvio MERLAK

"...A Fabio Rinaldi interessa assai poco la restituzione fedele della veduta di paesaggio, il suo interesse è preminentemente di carattere emozionale. Queste fotografie ci trasmettono emozioni: le stesse che il loro autore ha provato di fronte a certe visioni di natura, a certi momenti, a certi eventi...Ciò che ritengo irrinunciabile, invece, è il sottolineare come l'uso del linguaggio fotografico sia, qui, assolutamente conseguente: come, cioè, lo strumento sia del tutto adeguato ad esprimere le intenzioni. Segno che il fotografo (colui che scrive, si esprime con la "luce") c'è tutto, con la sua capacità di flettere il mezzo espressivo secondo le esigenze della materia affrontata."

Lanfranco COLOMBO

"...C'è un' atmosfera veramente crepuscolare nel linguaggio fotografico con cui Fabio Rinaldi ha annotato le sue vedute sia nel tono sommesso, venato da una indefinita malinconia, che traspare dai segni del tempo sulle cose e sui volti delle persone, sia nel tipo di luce catturata assieme alle immagini, sia sull' equilibrata riflessione sui concetti espressi."

Maria Cristina VILARDO

"Il fascino del nudo sta qui: nel suo rapporto con le basi della fotografia. Così è sempre stato, e ormai il nudo è un sistema, con i suoi maestri, le sue regole, mai scritte e sempre mutanti, i riferimenti ai quali essere vicini e gli esempi da negare. Un sistema significa che il fotografo interagisce non solo con la pellicola, la carta, ma anche con una serie di riferimenti culturali nei quali è immerso, e all' interno dei quali va a collocarsi. Un sistema significa che ci si colloca all' interno di una cultura fotografica, per quanto poco questa possa essere diffusa in ambito sociale.

FABIO AMODEO

"...Adesso, con una combinazione forse dapprima inconscia, poi voluta e studiata , Fabio Rinaldi si sta specializzando sul "nudo nel Paesaggio". Un modo di fotografare difficile ed esclusivo, che consente all' autore di mettere in luce le sue capacità di giocare su due ampie variabili: l'ambientazione e le pose della modella."

AUGUSTO BARACCHINI CAPUTI

"...Rinaldi usa la fotografia per intrappolare l'attimo fuggente di una emozione. Non si tratta mai di una mera riproduzione della realtà oggettiva, come purtroppo spesso oggi, abituati all'immagine gridata, possiamo incontrare. Nè questo è il caso di un ozioso soggettivismo tutto introspettivo. Il visitatore diviene partecipe di quelle conturbanti emozioni che l'universo femminile può infondere."

L.D'A.

Accostare la Fotografia all'arte figurativa classica è indubbiamente un'impresa ambiziosa e oltremodo stimolante dal punto di vista creativo. L'idea di produrre dei "capricci" fotografici, che risentono della lontana eco delle omonime creazioni pittoriche settecentesche, appare tutt'altro che semplice, ma a mio avviso i risultati di questa originale esperienza di Fabio Rinaldi sono a dir poco notevoli, estremamente interessanti non solo per il fascino delle immagini rappresentate ed elaborate, ma anche per la particolarità dei temi scelti e per la risonanza emotiva oltre che estetica che essi evocano."

LAURA MULLICH

"... Desiderare di far rivivere ancora uno sfarzo ed una grandezza che oggi riesce ancora a confondere è un profondo desiderio per tutti coloro che, curiosi, esplorano il tempo attraverso anche le opere dell'uomo. Fabio Rinaldi restituisce questo umile rispetto per il passato attraverso una serie di immagini attente e tese a ridare vita a ciò che è ricordo attraverso la vita, il corpo. Il suo nudo discreto appare in simbiosi con il paesaggio e con quelle antiche pietre che sembrano, esse stesse, evocarne l'emozionante presenza."

TULLIO FRAGIACOMO

"... La fotografia di Fabio Rinaldi si inserisce nella visione classicista del nudo femminile La prima e immediata sensazione è quella di un'attenta vigilanza sulle doti di voluttà e di seduzione, da presentare in modo pudico e discreto; lo studio diligente della posa, la compostezza delle mani, sapientemente disposte a coprire, con il velo, parte del corpo, rimanda alla classicità del peplo greco, richiamo che contribuisce a convertire le innegabili qualità fisiche in virtù diciamo "platoniche". Lo sguardo, dolce e penetrante ci fissa e ci dissuade dal concentrarci troppo sulle parti del corpo tradizionalmente e segnatamente erotiche, per instaurare un rapporto di occhiate che rovescia la situazione consueta: siamo noi a difenderci dalla modella, non lei dal nostro. Una composizione rigorosamente ancorata agli stilemi classici; la chiamerei "scolastica", sia per la sapienza della modella, che esprime quanto di meglio della sua formazione professionale, sia per la condizione imposta dalla sala di posa, che consente al fotografo di esprimersi esclusivamente attraverso stereotipi."

GIORGIO RIGON

"… Attraverso le foto di Rinaldi si attraversano in quasi religioso silenzio dei frammenti di una Spagna diversa, incastonata in una propria dimensione storica che pur essendo aliena ai ritmi stereotipati dell'immaginario comune, lascia trasparire atmosfere cariche di emozioni, quasi rimpianti per una realtà che sembra esserci sfuggita."

PAOLA LATINI

"…Per cogliere l'"attimo formatore", la vita di legna, foglie e chicchi umidi di rugiade, Rinaldi ha violato i segreti delle campagne del noto viticoltore e presidente del Consorzio dei vini Doc Carso, rubando con gli strumenti del mestiere l'esile parabola delle foglie e dei grappoli dall'incerta primavera al plumbeo autunno. Trionfando in bianco e nero tra ombre di pali e croste di licheni immortali sulla pietra sbrecciata dal crudo vento dell'est. Un percorso tortuoso e denso di incognite, mese dopo mese, acino dopo acino sino all'epilogo sacrificale. Un tino che ribolle, il "sangue" di tante piante che frange le rotondità fibrose delle botti di rovere transalpino, infine il trionfo nei calici. Le immagini di Rinaldi celebrano uno spazio, una terra, l'orizzonte e la forza della marna, l'umiltà e la potenza dell'avvicendarsi delle stagioni in una storta e legnosa parodia dell'esistenza. Guarda e pensa, scruta attento tra le pagine. Il prossimo sorso non sarà lo stesso."

MAURIZIO LOZEI

"…Coerentemente con la concezione della Land Art, spesso legata ad uno spazio temporale effimero, Rinaldi documenta la memoria dell'evento, avvalendosi anche di tracce postromantiche nell'accentuato contrasto luministico dei cieli e scandendo il proprio intervento in due fasi: quello del vero e proprio reportage, che narra i vari momenti della realizzazione delle campiture del graffito, e quella della riflessione, che, con efficacia pone l'accento sull'interpretazione dell'opera d'arte nell'ambiente e in rapporto con gli edifici circostanti."

MARIANNA ACCERBONI

In questo l'autore ha il merito di non cadere nel facile bozzettismo, nell'acritica raffigurazione del buon tempo antico e dei "gentili costumi" che lo avrebbero contrassegnato. Al contrario dal suo reportage emerge una visione disincantata, per nulla rassicurante di quell'epoca violenta e buia dove i contadini-servi venivano venduti assieme ai contadini sui quali erano costretti a lavorare. Certe immagini realizzate da Fabio Rinaldi a Cividale [durante le rievocazioni storiche] rimandano alla Raffinata estetica del Decameron e dei racconti di Canterbury del compianto Pierpaolo Pasolini. Oppure, se preferite, a certe scene di "Il nome della rosa".

CLAUDIO ERNÈ

Decisamente la gente di Cividale dà il massimo in questa rievocazione e decisamente Fabio è riuscito a cogliere nei suoi scatti l'essenza di questo impegno che non è solo finzione ma reale immersione in ciò che c'era e ora non c'è più. Sguardi fieri di cavalieri egocentrici, sguardi pensierosi di armigeri preoccupati, sguardi vacui di popolani emarginati, occhi colmi di dolcezza di fanciulle in età da marito, occhi carichi di fiducia e aspettativa nei volti dei bambini…. E allora togliamoci di dosso il peso della nostra frenetica quotidianità e con gli occhi ben aperti, il ritmo del nostro cuore rallentato per non far troppo rumore, la mente sgravata da qualsiasi pensiero, avviciniamoci in punta di piedi a questo vecchio mondo e godiamone la spontaneità, tocchiamone l'essenza, lasciamoci abbracciare dalla sua atmosfera.

PAOLA LATINI

Va subito detto che siamo di fronte al lavoro di un vero fotografo professionista, non tanto nel senso di chi vive di fotografia, ma piuttosto nel senso di chi conosce a fondo il mezzo che usa e lo mette al servizio della propria creatività per confezionare una comunicazione visiva non cervellotica e criptata, ma serena, godibile e generosa di emozioni. Rinaldi si vale di una fotografia dotata di un linguaggio netto e pulito nella più classica tradizione "bressoniana". Quella del " momento decisivo" che non può e non deve sfuggire al reporter perché un millesimo di secondo prima o dopo, quell'attimo magico non esiste più. Presuppone quindi grande velocità e colpo d'occhio e grande capacità di sintesi: organizzare forme e messaggi dentro un rettangolo in frazioni di tempo infinitamente piccole sembra impossibile, ma diventa "mestiere" con un grande allenamento che deve però sempre fondare le basi su un talento istintivo. Prima ancora dello scatto, però, il fotografo reporter deve essere "cacciatore" e voyeur : curioso, ficcanaso, un po' invadente senza arrivare ad essere inviso, mai pago del primo scatto, ostinato e motivato ma anche poeta e sognatore, innamorato del bello, del vedere, del saper vedere. Queste qualità-manie-difetti mi sembra che Fabio Rinaldi le possegga tutte, per nostra fortuna.

GUIDO CECERE

È tipico del fotografo indagare con il proprio sguardo il soggetto ancor prima che attraverso l’obiettivo fotografico, ed attraverso l’interpretazione e la descrizione delle altrui emozioni, esplora la propria interiorità, il mondo che gli sta attorno. Lo stesso Fabio Rinaldi, in un suo scritto, sostiene:
“Riuscire a cogliere il cosa ti ha colpito, il perché ti è piaciuto è quello che mi prefiggo quando faccio un ritratto, riportare il lavoro o le passioni della persona ritratta cercando di cogliere dai suoi occhi il come lo fa”
Gli occhi sono portatori di infiniti messaggi, sono capaci di riflettere una personalità affettuosa, ricca di calore umano, come se la persona si protendesse verso di noi per stabilire un contatto sincero e affettuoso. Ma possono anche indicare ansia o una tristezza celata ed espressamente trattenuta, come per proteggersi dallo sguardo di altri occhi indiscreti.
Sono ritratti che, in un apparente gioco di trasparente sovrapposizione e fusione tra l'atto di guardare e l'essere visto, mutano le loro sembianze in un impercettibile dialogo visivo tra soggetto e osservatore.
Sembra quasi di assistere ad un capovolgimento di ruoli tra artista e destinatario, dove le pose ricreate, gli addobbi scelti, diventano spettatori, fermi testimoni del tempo e della nostra storia.
Le immagini di Rinaldi ci permettono di leggere non solo la condizione ambientale ma anche una partecipazione dialettica dell’autore con il soggetto ritratto al punto da far sì che possano resistere sul piano del documento e al tempo stesso della verità storica e poetica.

GIANCARLO TORRESANI

Nelle immagini di Rinaldi, attraverso le concrezioni della materia sull’epidermide e sotto lo spessore della maschera, l’animato e l’inanimato, il maschile e il femminile, subiscono uno slittamento e una compenetrazione di piani, dando vita a nuove e trasversali identità. A questo gioco delle parti, a questa illusione premeditata ad arte che sembra suggellare le antiche visioni animiste e concretizzare le profezie di nuovi idoli, la fotografia, riesce a conferire un attestato di veridicità; estremizzando e aggiungendo fascino concettuale a ciò che diceva Barthes: “l’oggetto fotografato viene sempre presupposto e vissuto come reale da colui che osserva la fotografia”

LORELLA KLUN

Rinaldi, tocca e approfondisce il tema della vera identità che si cela in ognuno di noi e il gap che si frappone fra il concetto di essere e apparire, attuando una sorta di contaminazione fra la maschera - tema antico e inquietante, rivelatore e al tempo stesso misterico di antichi riti o, più modernamente, della personalità degli individui - e il volto. Soggetto per altro trattato dallo scrittore pugliese Luigi Chiarelli, iniziatore, con l’omonimo testo, della commedia grottesca, e ripreso quindi dal grande Pirandello nel ”Fu Mattia Pascal”.

MARIANNA ACCERBONI

Fabio Rinaldi propone il tema dell’io/non io, attraverso una riflessione che parte dalle modifiche o modificazioni che egli riesce a sviluppare su un ritratto che trasforma, man mano, in maschera: l’artista parte dunque da alcuni tratti ben riconoscibili di un volto per condurci verso l’universalizzazione di un processo di straniazione. Ma, paradossalmente, questa straniazione produce una specie di sindrome, come quella di Stendhal, nei confronti di un uomo, eroe tragico, che si confonde alla fin fine con la propria maschera. Ed è di quest’ ultima che noi ci immamoriamo: la maschera che Rinaldi crea è un simbolo, una traccia che porta a ricordare la magia della maschera di Agamennone. La riflessione che ciascuno di noi è portato a fare potrebbe ricondurci al conflitto che esiste fra finzione e realtà, in cui la maschera potrebbe sinboleggiare da una parte la volontà di celare se stessi, dall’altra, però, pure la necessità di rendere universalmente riconoscibili le sembianze di un volto, di creare di questo volto una immagine che possa rimanere inalterata.

TATJANA ROJC

Uno è almeno due, spesso tre. Doppio e Molteplice sono le chiavi interpretative che Fabio Rinaldi utilizza nella realizzazione delle sue opere.
L’autoritratto in trittico, in particolare, mostra se stesso: nel presente, con l’analitica e quasi iperrealistica attenzione data alle linee di espressione disegnate dal tempo sulla propria pelle; nel passato, attraverso un felice confronto con l’immagine del proprio figlio; e nel futuro, attraverso la fantasmatica presenta del teschio, testimone certo di una fine che si annida nella nascita di ciascuno.
I ritratti evidenziano la complessità e la verità della visione che l’artista coglie con sapienza tecnica e profondità poetica. …
Ogni opera è vanità della vita in cui il tempo agisce liberamente trasformando il volto dell’uomo nell’avventurosa fragilità dell’immagine del presente. Questa la cifra poetica della ricerca di Fabio Rinaldi. Ciascuna foto è una Vanitas, un memento mori che restituisce importanza al presente. Ciascuna è luce sull’istante, è specchio consapevole.

ALESSANDRA SANTIN

 
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